FP Cgil Padova: “I lavoratori dell'OPSA hanno un contratto, scaduto da 9 anni, che non permette loro di conciliare lavoro con vita privata. Così, la fuga del personale è solo destinata ad aumentare”
“Non vogliono più soldi, vogliono diritti”
“Un flash mob per richiamare l'attenzione sulla necessità del rinnovo del contratto dei lavoratori dell'OPSA (Opera della Provvidenza Sant'antonio), regolati da un contratto, lo RSA ARIS, ormai scaduto da 9 anni, che di fatto li rende il fanalino di coda della sanità privata. Sono i fratelli poveri dei loro colleghi del comparto pubblico e di quelli che, in quello privato sono regolati dal contratto nazionale RSA AIOP, rinnovato circa un anno fa, mentre per loro non è neanche stato aperto un tavolo per il rinnovo. È una vergogna”.
È netta Raffaela Megna, Segretaria Provinciale della FP Cgil Padova che segue i lavoratori dell'OPSA di Sarmeola iscritti al sindacato e che oggi hanno fatto un presidio davanti alla sede, in via della Provvidenza per protestare per la loro situazione lavorativa che a causa della cronica carenza di organico, di fatto, impedisce loro di avere una normale vita privata.
“Proprio ieri – dice Raffaela Megna – una lavoratrice mi raccontava di avere la figlia adolescente a casa con 40 di febbre e delle difficoltà che aveva ad ottenere il permesso di assentarsi per andare da lei. Il guaio è che con il tipo di contratto che ha, la cosa è perfettamente legale visto che prevede che il lavoratore ha solo la facoltà di scegliersi le date per i 13 giorni di ferie estive e per una settimana all'anno da godere fuori dai periodi estivi, natalizi e pasquali. Il resto dei giorni è a totale discrezione della direzione. Il risultato è che il personale lamenta una media di 400 ore di ferie arretrate non godute”.
“Purtroppo – prosegue la sindacalista – il mancato rinnovo del loro contratto, su cui non è stato neanche aperto un tavolo di discussione, non permette loro di conciliare vita privata con quella lavorativa, con la prima totalmente schiacciata dalla seconda. Nelle proposte della direzione vi era stata solo un’apertura dal punto di vista economico con il riconoscimento di aumenti salariali ma il punto è che ai lavoratori non interessa avere più soldi, bensì più diritti”.
“A questo punto – conclude Raffaela Megna – l’auspicio è che i dirigenti nazionali di una associazione datoriale, mi riferisco all’ARIS, profondamente legata al mondo cattolico e ai suoi valori (a cui aderisce, al pari di tanti istituti socio sanitari di natura religiosa, l’OPSA che, non a caso, porta proprio il nome del santo patrono della città di Padova), si mettano una mano sulla coscienza e prendano atto che i lavoratori non sono schiavi e non si può pretendere da loro di non avere una vita privata. E speriamo se ne convincano anche gli stessi dirigenti dell'OPSA e lo facciano in fretta, onde evitare la continua emorragia di personale che a questo ritmo rischia di compromettere la funzionalità della stessa Opera della Provvidenza Sant'Antonio di Padova”.
Il Servizio di 7 Gold Telepadova sul Flash Mob delle lavoratrici e lavoratori dell'OPSA di Rubano
Descrizione allegato: L'articolo de il Mattino di Padova
Grande spazio nella stampa locale alla conferenza stampa che ieri Alessandra Stivali e Raffaela Megna della Funzione Pubblica Cgil Padova – insieme a Giovanni Campolieti, referente medici e dirigenti sanitari ulss 6 per la Fp Cgil Padova e Lauretta D'Alvise, Rsu Fp Cgil a Cittadella (entrambi in collegamento telefonico) – hanno tenuto in Sala Maccato, nella sede della Camera del Lavoro di via Longhin.
Un incontro con i giornalisti per tentare di richiamare l’attenzione sulla difficile situazione che si sta vivendo nell'Usl Euganea, dove l'organico sanitario, nonostante l’emergenza Covid, si riduce di giorno in giorno a causa delle sospensioni degli operatori non vaccinati. Il dato più allarmante è che sono almeno 600 i sanitari no-vax a rischio concreto di sospensione.
Dice Alessandra Stivali: “A fronte di maggiori esigenze, ci si trova in corsia con meno personale, per forza di cose, sovraccaricato di incombenze e per correre ai ripari si finisce sempre più spesso coll’ esternalizzare i servizi. In questo modo, da una parte vi è la situazione dell'organico nel "post-Covid", dove questa espressione è intesa come superamento dell'emergenza, la cui carenza, di fatto, è diventata la nuova "cronicità". Dall’altra parte, assistiamo ad uno scenario che si prospetta per gli ospedali. in virtù delle sospensioni degli operatori, ancora più critico”.
Si aggiunge Raffaela Megna: “Il Covid è una nuova malattia che richiede la sua parte di prevenzione, diagnosi e cure. E quindi, naturalmente, del personale dedicato. Nel 2020 rispetto al 2019 l'Euganea ha aumentato di 180 unità l'organico stabile, al netto del passaggio dell'ospedale Sant'Antonio al Policlinico universitario. Oggi però assistiamo al progressivo depauperamento dell'organico con le sospensioni che incidono in maniera importante. In tutto si tratta di 600 operatori, distribuiti in modo non omogeneo: sono il 4% a Schiavonia e a Piove di Sacco, il 6% a Camposampiero e addirittura il 12% a Cittadella: è evidente che le energie incamerate per far fronte alla pandemia vengono più che bruciate. E questo si traduce nella difficoltà a mantenere i servizi e nel sovraccarico di lavoro per chi resta”.
Da un capo all’altro della provincia, direttamente dalla linea del fronte, si aggiungono anche le voci di Lauretta D’Alvise, dall’ospedale di Cittadella, che conferma: “Ogni giorno ricevo decine di telefonate di colleghi esasperati, la situazione così non può reggere” e Giovanni Campolieti, da quello di Schiavonia che rileva che “Sebbene la quota di medici, fra i no-vax, sia molto ridotta, i problemi si vengono a creare lo stesso perché il loro lavoro è strettamente connesso a quello di infermieri e operatori. Servono strategie organizzative nuove perché i reparti in crisi sono tanti: dall'Orl di Schiavonia, alla Chirurgia e ai laboratori di Cittadella. Sostanzialmente si registrano criticità in tutta l'area dell'Emergenza Urgenza. Mancano psicologi e psichiatri anche per rispondere agli effetti del Covid, soprattutto sulle fasce più deboli e i giovanissimi. Come sindacato è da molto che suoniamo l'allarme e se l'Amministrazione, in qualche modo, si è pure mossa, non è stato fatto abbastanza”.
“La carenza sul mercato di professionisti della sanità è un problema che si trascina da anni e Il rischio – denuncia Campolieti – è quello di perdere pezzi del nostro servizio sanitario pubblico. Ad esempio, per il Pronto soccorso di Montagnana è già stato attivato un percorso di esternalizzazione e proliferano gli incarichi libero professionali. Tutto questo ci indica la necessità di attivare dei percorsi di formazione di specialisti sul territorio con l'Universi e rendere appetibile il lavoro nel pubblico per arginare la fuga verso il privato dei professionisti, in particolare dei giovani”.
Al termine di tutto, queste le richieste della Cgil: “L'imperativo è rimpinguare gli organici: la Regione deve tener conto che l'Euganea è l'Usl più grande del Veneto, incentivando i fondi contrattuali. Ma serve anche aprire un tavolo per condividere strategie finalizzate a nuove assunzioni. Infine manca ancora una procedura di reintegro veloce per gli operatori no vax che si vaccinano”.
Descrizione allegato: L'articolo de il Mattino di Padova
Articolo de Il mattino di Padova sul tema del ritorno in ufficio per circa 3000 dipendenti pubblici, nell’intera provincia, a partire dal 15 ottobre come prevede il Decreto Legge firmato recentemente dal premier Mario Draghi. Esclusi quelli che lavorano nelle scuole, a Padova i dipendenti pubblici sono circa 20 mila. Circa il 15% di loro, ad oggi, opera ancora da remoto il resto è già tornato in ufficio. Dunque, dal 15 ottobre, oltre all'obbligo del Green pass per tutti i lavoratori, compresi privati e autonomi, la volontà è quella di un ritorno della totalità dei dipendenti pubblici negli uffici. Una decisione che incontra le perplessità della FP Cgil di Padova.
Dice Enrico Ciligot, Segretario Generale della Funzione Pubblica Cgil Padova: “Personalmente trovo sia una decisione un po' affrettata, fermo restando che lo smart working si era già molto ridotto dopo l'estate. Ma resta una contraddizione: se è vero che lo smart working è legato allo stato d'emergenza (che termina il 31 dicembre) non vedo perché far rientrare tutti in ufficio già dal 15 ottobre”.
“Sono due gli aspetti che vanno valutati – prosegue il sindacalista della Cgil padovana – e il primo riguarda il concetto stesso di smart working che in realtà è una modalità di lavoro che ha trovato poco riscontro nella pratica quotidiana perché quello che molti di noi hanno fatto finora è più che altro un remote working. Lo smart working è infatti regolamentato da una legge mai applicata, la 81 del 2017, che prevede il lavoro da remoto senza vincolo di orario e di postazione. Questo non è mai successo. Si è lavorato da casa con gli stessi orari dell'ufficio. O addirittura si è lavorato di più”
“Per questo lo smart working – dice Enrico Ciligot – andrebbe regolamentato meglio. Proprio ora si stanno rivedendo i contratti collettivi nazionali degli enti pubblici dove si stanno introducendo anche delle linee guida sul lavoro da remoto. Per esempio, parliamo del diritto alla disconnessione che va inserito nel contratto. Se un lavoratore riceve una mail alle 22 di notte di un venerdì, per intendersi, ha il diritto a non leggerla. Ma, spesso, questo con il lavoro da remoto non è successo e molte persone si sono trovate a lavorare anche extra orario. Voglio ricordare che l'ex ministra alla pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha certificato che nel primo lockdown la produttività negli enti pubblici è aumentata. Lavorare da remoto non vuol dire non lavorare ma lavorare in modo diverso”.
“L’altro aspetto che va valutato oltre alla questione contrattuale – conclude la sua riflessione Ciligot – e che ci fa ritenere affrettata la decisione del governo di far rientrare i dipendenti pubblici in ufficio dal 15 ottobre, è data dalla considerazione che la pandemia non è affatto finita e i contagi sono all'ordine del giorno. Questo lo vediamo da quello che sta accadendo nelle scuole. Un bambino in quarantena vuol dire due genitori a casa. E allora non è meglio che lavorino grazie allo smart working? E poi c'è il punto nodale dei trasporti dove, tutti i giorni, vediamo che in realtà, soprattutto nelle ore di punta, la capienza all'80% nei mezzi pubblici non è rispettata. Autobus, tram, corriere sono stracolmi. Il rischio di contagiarsi è chiaramente alto e quindi non mi stupirei se la maggior parte dei lavoratori che torneranno in ufficio decidessero di usare il proprio mezzo piuttosto che servirsi dei mezzi pubblici, con ovvie ripercussioni sul traffico”.
Stop al cosiddetto Smart Working dei dipendenti comunali: la replica della Fp Cgil di Padova
FP Cgil Padova: “Sempre bene ricordare la differenza tra “lavoro in remoto” e “smart working”: la pandemia ha costretto i lavoratori al primo, non al secondo”
“E sottolineiamo che in questi mesi i responsabili dell’amministrazione Giordani hanno lavorato – e speso risorse - per la predisposizione del POLA (Piano per l'Organizzazione del Lavoro Agile), un istituto regolamentare, previsto proprio in applicazione di una legge dello Stato, che permetterà di dare delle regole precise su compiti, modalità, diritti e doveri di chi potrà svolgere il lavoro in modalità remota”.
Dopo le dichiarazioni del Sindaco Giordani riguardo ad una cessazione del cosiddetto “smart working” per i dipendenti comunali, con l'arrivo dell’obbligatorietà del Green Pass, arrivano le precisazioni del Segretario Generale della Fp Cgil di Padova, Enrico Ciligot che non nasconde il suo “stupore” per le parole del sindaco.
“In premessa – inizia Enrico Ciligot - è bene evidenziare che quanto applicato in periodo pandemico è stato dettato da uno stato di emergenza che ha permesso a tutti gli enti pubblici di garantire gli stessi servizi ai cittadini con la massima efficienza di come e quanto avveniva nel periodo pre-pandemia. E tutto ciò è avvenuto grazie allo spirito di sacrificio dei lavoratori dell'Ente di cui il Sindaco è a capo. Un fatto che, ne siamo certi, riconoscerà”.
“Bene ricordare la cronologia degli eventi – prosegue il sindacalista – ossia che da marzo 2020, per legge, è stato stabilito che nelle PA, il lavoro da remoto diventava “ordinario”, per la durato dello stato di emergenza, in deroga alla legge 81/2017. A tal proposito, sempre utile distinguere il “lavoro da remoto” dallo “smart working” (in italiano: lavoro agile). Infatti quest'ultimo è regolato da una legge in vigore fin dal 2017 che, lo sanno tutti, è stata totalmente disattesa fin da quando è scoppiato il COVID19”.
“Perché sostengo questo?” chiede Ciligot. “Perché la legge prevede dei paletti molto chiari su quali siano le attività che si possono svolgere da remoto, le modalità e soprattutto dice altrettanto chiaramente che esso si applica a seguito di progetti e obiettivi definiti dall’ente. Altresì, all’art 18, la legge 81/2017, prevede che il dipendente in smart working deve raggiungere gli obiettivi senza vincoli di orario e di postazione. Ecco: bastano solo questi due elementi (e non ne mancano altri) per evidenziare che quanto successo in periodo pandemico non era smart working. La verità è che i lavoratori, da un giorno all'altro, hanno proseguito le proprie attività da casa, spesso con i propri mezzi informatici, con le proprie connessioni pagate a spese proprie, perdendo al tempo stesso il diritto ad alcuni istituti contrattuali. Questo perché eravamo in emergenza e non era possibile un'applicazione vera della legge che prevede, peraltro, un accordo individuale tra amministrazione e dipendente”.
“Inoltre – aggiunge il sindacalista della FP Cgil di Padova – è bene sottolineare altri aspetti. In questi mesi i responsabili dell’amministrazione Giordani hanno lavorato per la predisposizione del POLA (Piano per l'Organizzazione del Lavoro Agile) previsto proprio in applicazione di una legge dello Stato. Questo istituto permetterà di dare delle regole precise su compiti, modalità, diritti e doveri di chi potrà svolgere il lavoro in modalità remota. Voglio ricordare che proprio il Ministro Brunetta, prima dell'estate, ha sottoscritto il “Patto per l'innovazione e la coesione sociale” dove, tra le altre cose, si prevede l’introduzione delle regole guida, già nel prossimo Contratto Nazionale, dei vari comparti del pubblico impiego in discussione con l’ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) in questi giorni. E aggiungo che, su tale istituto, l'amministrazione comunale ha investito parecchio in termini economici. Ecco perché le parole del Sindaco, come minimo, mi stupiscono”
“Lavorare da remoto – conclude Enrico Ciligot - non significa “non lavorare”. Molti enti pubblici e molte aziende private lo stanno già applicando da anni, senza alcun problema e senza una riduzione dei servizi. Credo che nel 2021, in piena era informatica, iniziare a pensare a nuove modalità non sia peccato, anzi e alcuni Enti Territoriali, anche a Padova, ormai utilizzano l'istituto da remoto senza avere creato disservizi agli utenti, istituendo al tempo stesso anche un altro "nuovo" stile di lavoro, ossia il COWORKING, un modo di utilizzare gli stessi spazi alternando il personale in presenza, liberando così gli uffici riducendo anche i costi di gestione. Alla luce di questo, riteniamo che la problematica sia molto complessa, motivo per cui, come CGIL, chiederemo al più presto un’accelerazione per l'applicazione delle leggi già esistenti”.
FP Cgil Padova: “L’incontro con l'Amministrazione Comunale di ieri era di carattere puramente informativo, durante il quale non si è proprio concordato nulla. Semplicemente ci è stato illustrato quanto prevede il DL 6 Agosto, n 111 (Misure urgenti per l'esercizio in sicurezza delle attività scolastiche, universitarie, sociali e in materia di trasporti) e la sua applicazione negli istituti comunali”
“Innanzitutto, ci terrei a sottolineare, che l'incontro di ieri avuto con l'Amministrazione Comunale – riguardo all'applicazione di quanto prevede il DL 6 Agosto, varato dal Governo, in materia di misure urgenti anti Covid da adottare in previsione della ripresa dell'anno scolastico – era di carattere puramente informativo, vale a dire che nel corso del quale non si è concordato nulla perché non è questa una materia che può essere oggetto di contrattazione. C'è da adottare una legge? Bene, noi che siamo rispettosi della legge ci siamo messi a disposizione e abbiamo ascoltato come intendeva muoversi il Comune di Padova per applicarla nel suo territorio”. Ci tiene a mettere le cose in chiaro Enrico Ciligot, Segretario della Funzione Pubblica Cgil di Padova.
“Ci tengo a precisarlo – dice il Segretario Generale della Fp Cgil – dopo aver letto quanto riportato dalla stampa locale, in particolare in due quotidiani dove si afferma che nel corso dell'incontro ci sarebbe stata comunicata l’intenzione da parte dell'amministrazione comunale di procedere con la sospensione a tempo indeterminato e con una sanzione da 400 euro per quei lavoratori che dovessero rifiutarsi di vaccinarsi e quindi avere il Green Pass. Voglio ricordare che questa ulteriore sanzione pecuniaria è prevista da un parere tecnico del Ministero dell’Istruzione. Nel corso della riunione nessun componente della delegazione pubblica dell’amministrazione ha fatto cenno a questo aspetto. Inoltre la sospensione prevista nel Decreto Legge dura fino al 31 dicembre 2021 (quindi non a tempo indeterminato)”.
“Ci chiediamo – prosegue il sindacalista – perché l’amministrazione senta il bisogno di dichiarare pubblicamente che la sospensione e multa sono misure “concordate” con i sindacati. Hanno forse bisogno di condividere una responsabilità che per legge è tutta in capo ai datori di lavoro? Quel che invece abbiamo chiesto è che si valutassero caso per caso quei lavoratori sprovvisti di Green Pass perché non è tutto bianco o nero. Sono tante le persone che, per esempio, per motivi medici (perché immunodepresse o perché stanno facendo una particolare cura) non possono vaccinarsi, oppure altre lo hanno fatto ma, per i soliti intoppi burocratici, non hanno ancora ricevuto il Green Pass. E per tutti questi lavoratori abbiamo chiesto la ricollocazione in modo da garantire la loro e altrui sicurezza”.
“Aggiungo – conclude Enrico Ciligot – che abbiamo anche evidenziato che al di là del Covid, permangono delle criticità in materia di salute e sicurezza, già note da anni, su cui siamo ancora in attesa di risposte che speriamo avremo nel prossimo incontro. E lo ribadisco: tutti sono favorevoli al vaccino ma non siamo disposti a prenderci responsabilità che appartengono, secondo la Costituzione, innanzitutto al Governo e al Parlamento. A loro spetta l'esercizio di fare le leggi anche nei temi che ci riguardano. Ai datori di lavoro, in questo caso il Comune di Padova, e ai lavoratori il dovere di eseguirle. Vale per tutto, anche per il Covid. Sempre bene chiarirlo”.
FP Cgil Padova: “La proposta di rinnovo contrattuale uscita dal tavolo delle trattative tra O.P.S.A e le altre organizzazioni sindacali (ricordiamo che la Cgil è esclusa dal tavolo), seppur contenga dei miglioramenti salariali, non va incontro alle esigenze del personale, soprattutto per quel che riguarda l'organizzazione del proprio tempo libero, il vero problema che ha chi lavora in quella struttura”
“Raccolte in tre giorni 166 firme di lavoratori contrari all’accordo”
Sono giornate tese di trattative sindacali, quelle che si stanno vivendo di questi tempi all’O.P.S.A., l'ente assistenziale alle porte di Padova, a Sarmeola, dove si sta discutendo dell’accordo decentrato per il rinnovo contrattuale del personale. Tavolo delle trattative a cui non partecipa la FP Cgil perché, nonostante sia il sindacato con più iscritti all'interno della struttura, non ha firmato la precedente piattaforma contrattuale e quindi è esclusa dalla discussione per il suo rinnovo.
Un tema assolutamente cruciale per un ente che, con lo scoppio della pandemia, ha riscontrato grosse difficoltà a trovare personale, molto spesso attratto da altre realtà lavorative, sempre in ambito sanitario, regolate da contratti di lavoro migliori.
“In merito all’accordo decentrato – dice Raffaela Megna della Segreteria Provinciale della Fp Cgil Padova – rendiamo noto che lo abbiamo sottoposto, mediante assemblea, al giudizio dei lavoratori i quali hanno rilevato, accanto ai giusti aumenti salariali previsti, la totale mancanza di risposte alle loro richieste, a partire da una diversa e migliore possibilità di usufruire dei periodi di ferie, la rivisitazione del tempo di vestizione e la deroga alle 11 ore. Voglio ricordare che per quanto riguarda le ferie, ad esempio, il personale lamenta di avere mediamente più di 400 ore accumulate e non usufruite. Anche alla luce di questo, riteniamo che la direzione dell’O.P.S.A. avrebbe potuto fare un piccolo sforzo e venire incontro alle esigenze del personale, almeno su questo punto, e poteva farlo accogliendo le semplici proposte da loro avanzate”.
“E francamente – aggiunge Raffaela Megna – le motivazioni che ci hanno fornite affinché accettassimo questo accordo, ossia la gran fretta di aumentare lo stipendio ai lavoratori, non ci hanno convinto per niente ma soprattutto non hanno convinto loro, i lavoratori intendo, dato che in tre giorni hanno raccolto 166 firme contrarie a questo rinnovo. Ed è facile capire il motivo se si vuol capirlo: i lavoratori volevano un accordo ben fatto, e non un accordo a metà, tanto che erano tranquillamente disponibili ad aspettare il tempo necessario dal momento che un mese in più o in meno non avrebbe cambiato di molto la situazione attuale”.
“La verità – conclude la sindacalista della FP Cgil di Padova – è che sospettano, e noi con loro, che dietro il rifiuto dei dirigenti dell’ O.P.S.A. di discutere le loro richieste, ci sia, in realtà, il neanche tanto nascosto desiderio di non cambiare, seppur in maniera minima, l'organizzazione del lavoro. È questo il vero problema, il vulnus intorno a cui ruotano le criticità che rendono questa struttura sempre più rigida e incapace di gestire le esigenze di servizio e quelle del personale che vi lavora. E possono concedere tutti gli aumenti salariali che vogliono ma è questa rigidità che fa allontanare i lavoratori dalla struttura e rende poco appetibile il lavoro all'interno della stessa. Ecco perché pensiamo che sia stato sbagliato non ascoltarci e non dialogare con noi della Cgil, ossia, lo ricordiamo nuovamente, l’organizzazione sindacale con maggior rappresentatività all'interno dell’O.P.S.A.”.
Descrizione allegato: L'articolo de il Mattino di Padova sulla vicenda
Oltre che alle normali e giuste felicitazioni, ha destato anche delle polemiche – e pare che siamo solo all’inizio – la notizia del parto di Belen Rodriguez, la celebre showgirl argentina, che ha recentemente dato alla luce la piccola Luna Marì presso la Clinica Ostetrica dell’Azienda Ospedale Università di Padova. Il motivo? La chiusura di un’intera ala dell’ospedale per proteggere la privacy della famosa paziente.
“Abbiamo avuto diverse segnalazioni a proposito – dice Alessandra Stivali, Segretaria Provinciale della FP Cgil di Padova sul Mattino di Padova – che ci hanno riferito dell’organizzazione di una vera e propria macchina per tutelare la privacy di una celebrità che ha scelto Padova per partorire. Ci risulta che un'ala del terzo piano, dov'era ricoverata Belen, sia stata chiusa e riorganizzata. Quello che noi pensiamo però è che si tratta pur sempre di un ospedale pubblico, dove il personale è stato costretto a spendere energie per riorganizzare un intero piano oltre che per contenere la presenza di paparazzi e via dicendo. Insomma per delle necessità specifiche non giustificabili». Un fatto che pesa ancora di più sostiene la Cgil (ma anche gli altri sindacati come Cisl e Uil) a fronte di stipendi non adeguati del personale sanitario, che rimangono infatti tra i più bassi del Veneto.
Sempre sul Mattino di oggi, dice infatti Luigi Spada della Uil FPL: “Visto che siamo diventati un ospedale vip, un polo attrattivo a tutti gli effetti, è arrivato il momento di aumentare gli stipendi dei lavoratori che contribuiscono a creare questa eccellenza. Questa maestranza eccezionale va riconosciuta, non può essere la più sottopagata di tutta Italia” e aggiunge Fabio Turato della FP Cisl “Credo che al di là di tutto, il fatto che Belen sia venuta a partorire qua sia positivo in quanto porta l'ospedale di Padova sulle cronache nazionali per un servizio di grande qualità. Non dobbiamo però dimenticare che questa grande qualità è legata a stipendi molto bassi”.
Insomma: Tutti concordi, dunque, nel dire che il parto di una persona famosa, come Belen Rodriguez, sia stato un modo per riconoscere ancora una volta l'eccellenza dell'ospedale di Padova, ma tutti concordi anche nel ribadire la necessità di adeguare gli stipendi: “Questa è una battaglia che come sindacati stiamo portando avanti tutti insieme, perché una realtà d'altissimo livello come quella padovana non venga così penalizzata” concludono i sindacalisti.
In allegato l’articolo de Il Mattino sulla vicenda
Descrizione allegato: L'articolo de il Mattino di Padova
La pubblicazione continua di articoli di stampa che vedono Etra sbattuta in prima pagina ci preoccupa tanto, soprattutto, quando una “nota” sigla sindacale divulga notizie che, a nostro avviso, devono essere coperte dal segreto istruttorio se veramente fosse in atto un “procedimento disciplinare” che coinvolge figure apicali in azienda.
Con l'andare del tempo, i nostri dubbi diventano realtà, la manina che passa informazioni riservate alla “nota” sigla sindacale, esiste per davvero in Etra! È l’O.d.V. (Organo di Vigilanza ndr) dov’è? Perché non si attiva al fine di identificare il soggetto/i che passano – magari anche distorcendo la realtà dei fatti – informazioni riservate sia alla stampa che al sindacato di comodo, violando di fatto, il codice etico e tutte le normative della tutela della privacy? A chi interessa l’indebolimento di Etra? A chi giova tutto questo?
Non di certo ai lavoratori e tantomeno ai Sindacati Confederali!
Noi vogliamo evidenziare gli ottimi accordi che abbiamo sottoscritto con Etra nel 2020/2021; che nonostante l’emergenza pandemica, Etra non ha chiesto neanche 1 ora di cassa integrazione; che grazie a tutti i DIPENDENTI, Etra ha chiuso il bilancio 2020 con un utile record di circa 10 milioni di euro e con investimenti di circa 56 milioni di euro che nell'anno in corso raggiungeranno quasi il doppio di quelli dell'anno scorso; che sono in fase di elaborazione e oggetto di negoziazione diversi argomenti molto importanti per il futuro dei lavoratori e di Etra sia sul piano economico che quello organizzativo e della sicurezza. Ecco, noi vogliamo che i lavoratori e i cittadini vengano informati in particolar modo di questi risultati e di questo lavoro che ci vede impegnati con tanta serietà in Etra in questo periodo difficile sia a livello territoriale che nazionale.
Come ribadito anche in altre occasioni, ci vuole senso di responsabilità e serietà da parte di tutti gli attori in campo e, soprattutto, ognuno deve giocare la propria partita in maniera leale, magari in modo duro se serve, ma sempre in piena trasparenza e volto, in primis, alla tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e dei diritti contrattuali e normativi di tutti i lavoratori.
le Segreterie Territoriali di Fp Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti Uil
Enrico Cilgot FP - CGIL, Oscar Dalla Rosa FIT - CISL Giulio Deda UILTRASPORTI - UIL
In allegato l'articolo de Il Mattino sulla vicenda