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LIMA EUSIDER (EX MARCEGAGLIA): domani sciopero con presidio in strada Battaglia dalle 6 alle 10

I lavoratori della Lima Eusider di Albignasego incroceranno le braccia domani per 8 ore e saranno in presidio fuori dallo stabilimento in strada Battaglia 85 dalle 6 alle 10 per protestare contro l’azienda che ha deciso unilateralmente di disdettare la contrattazione di secondo livello presente a partire da luglio.

La decisione è stata comunicata ai lavoratori il 18 marzo scorso e da quel giorno è stato proclamato lo sciopero degli straordinari che però non è riuscito a far cambiare idea all’azienda che, nonostante i molteplici incontri con i sindacati, non ha mostrato nessuna apertura al confronto sugli istituti che a fronte della disdetta decadranno fra 2 mesi.

Lo stabilimento e la forza lavoro presente sono stati acquisiti dal Gruppo Eusider attraverso la controllata Lima Eusider di Desio nel 2018 e gli accordi tuttora in vigore sono un’eredità della precedente proprietà, il gruppo Marcegaglia Carbon Steel che deteneva l’ex Fonsidera dal 1997.

Il lavoro degli operai del sito padovano, specializzato nella rilaminazione a freddo di prodotti piani di basso spessore in acciaio al carbonio, hanno permesso in questi anni l’ampliamento della gamma di offerta del gruppo, rafforzando la produzione dello stabilimento Lima di Desio, assorbito nell’agosto del 2015.

Con questa disdetta, giustificata come necessità di armonizzazione fra tutti i dipendenti del gruppo, i lavoratori padovani arriveranno a perdere intorno ai 4000 euro fra maggiorazioni, premi di produzione, incidenza di retribuzione per chi lavora a turni perché la contrattazione di secondo livello presente per i dipendenti del gruppo Eusider è nettamente peggiorativa rispetto a quella esistente in Marcegaglia. 

Per capire di cosa stiamo parlando è utile conoscere anche la situazione generale in cui questa decisione si innesta. 

L’Eusider spa è un gruppo costituito da 8 società, 6 in Italia (Eusider SpA, Metaltubi Srl, Iron Service Srl, Lima Eusider Srl, Comal Ferlatta SpA, Eusider Inox Srl) e 2 all’estero (Estsider in Serbia e Eu Metal in Turchia) la cui proprietà è al 100% della famiglia Anghileri che gestisce direttamente il gruppo. L’Eusider spa ha il controllo di ciascuna società, al fine di governarne la gestione di tutte le società e gli stabilimenti. 

Il colosso dell'acciaio della famiglia Anghileri è il secondo gruppo siderurgico privato d'Italia con circa 700 milioni di fatturato.

Maria Anghileri, direttrice operativa della Lima Eusider, figlia e nipote dei fondatori dell’azienda lecchese sul mercato dal 1979, è anche Vice Presidente Nazionale Giovani Imprenditori di Confindustria dal 2020 con delega alla Cultura di Impresa e Politiche Industriali. Questo ci spinge ad una riflessione su quanto poco sia importante per chi rappresenta gli imprenditori del nostro Paese rispettare il ruolo e la professionalità degli operai garantendo loro una corretta retribuzione e i diritti acquisiti in anni di lavoro. 

Nel 2015 il gruppo Eusider ha chiuso l’anno con un fatturato di 350 milioni di euro mentre nel 2020 ha registrato un fatturato di 700 milioni: in pratica, in 5 anni, gli Anghileri hanno raddoppiato il proprio fatturato, ma la conseguenza di questa esponenziale crescita, realizzata soprattutto attraverso il lavoro di centinaia di operai, non è una redistribuzione degli utili o dei premi di produzione per i propri dipendenti. La posizione degli Anghileri è che c’è bisogno di risparmiare sulle “spese”, arrivando a tagliare gli stipendi dei propri dipendenti. Quasi 160 mila euro distribuiti fra 30 famiglie a fronte di 700 milioni per una sola famiglia. 

 

 

“L’azienda non ha aperto spiragli per trattare, continua per la strada della disdetta e noi chiediamo che si apra un confronto sulle differenze salariali presenti che necessariamente tengano conto della contrattazione preesistente perché non è possibile che a fronte di una condizione di crescita esponenziale del Gruppo l’unica scelta sia quella di arrivare a tagliare gli stipendi di lavoratori che si sono sempre spesi per garantire la continuità produttiva anche in un periodo difficile come quello che stiamo attraversando. Siamo al fianco dei lavoratori, come sempre, perché venga riconosciuto il loro valore e i loro diritti” ha dichiarato Michele Iandiorio della segreteria della Fiom Cgil di Padova in vista del presidio di lunedì 3 maggio 2021.

Zilmet: Ottima riuscita per lo sciopero di oggi che ha coinvolto lavoratori e lavoratrici di tutti gli stabilimenti padovani.

Soddisfazione oggi da parte di Rsu e Fiom per la riuscita dello sciopero indetto ieri per protestare contro le condizioni di lavoro a cui sono costretti lavoratrici e lavoratori degli stabilimenti Zilmet del Padovano

Molti dei dipendenti in sciopero, provenienti dagli stabilimenti di Limena e di Bagnoli, si sono ritrovati questa mattina davanti la sede principale dell’azienda sita in via del Santo n° 242 a Limena e lì hanno dato vita ad un presidio che è durato fino alle ore 12, nonostante le intemperie della prima mattinata, che si sono dissolte, con il passare delle ore, lasciando spazio ad un caldo sole primaverile. Il tutto rispettando i dovuti presidi di sicurezza imposti dal covid, sotto lo sguardo vigile di diverse forze dell’ordine.

Il presidio di oggi è stata un’azione necessaria per portare alla luce innumerevoli situazioni scorrette che sembrano quasi divenute normalità per l’azienda: dall’interruzione delle relazioni sindacali, al mancato rispetto degli accordi vigenti, alle comunicazioni unilaterali, alla negazione degli spazi assembleari, alle azioni coercitive e intimidatorie nei confronti dei dipendenti, alla carenza di igiene, all’assenza totale di rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in quando persone, alla sottovalutazione della pesantezza dei carichi di lavoro, delle limitazioni fisiche di alcuni lavoratori e all’insorgenza di diverse malattie professionali riconosciute.

“Siamo molto soddisfatti di questo sciopero. Gran parte dei lavoratori sono venuti con noi sotto la sede di Limena mentre altri sono rimasti in presidio a Bagnoli.” dice Katia Masiero, Rsu dello stabilimento Zilmet di Bagnoli “Come lavoratori meritiamo rispetto, l’azienda ha sottoscritto un contratto integrativo che noi riteniamo un buon contratto ma che non dev’essere disatteso e ogni sua parte deve necessariamente essere garantita. L’azienda parla da tempo di assunzioni, ma invece continua ad utilizzare manodopera iterinale, senza preoccuparsi di fare loro contratti a tempo indeterminato. Noi siamo risorse umane e non numeri e meritiamo di essere trattati come tali. Un tempo l’azienda ci chiamava preziosissime maestranze e preziosissimi collaboratori… noi sappiamo di esserlo e il nostro ruolo non può e non deve essere minimizzato e dev’essere rispettata la nostra dignità di persone e di lavoratori.”

“La partecipazione è stata molto buona soprattutto vista la situazione che dobbiamo subire nello stabilimento di via Colpi” continua la Rsu dello stabilimento di Limena di via Colpi, Constantin Curecheriu “dove il direttore mantiene da tempo un comportamento intimidatorio e verbalmente violento nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici. Situazione che condanniamo in toto e che chiediamo sia risolta nel più breve tempo possibile.”

“Oggi siamo qui perché i lavoratori sono allo stremo e meritano risposte” dichiara Anna Zanoni della Fiom Cgil di Padova “Abbiamo lungamente cercato il dialogo con l’azienda perché questo è il nostro modo di agire per avere le risposte necessarie al benessere dei lavoratori, ma purtroppo l’azienda ha negato ogni contatto, rigettando anche le istanze delle Rsu. La proprietà deve capire che i lavoratori hanno bisogno della giusta attenzione, attraverso la giusta considerazione e il riconoscimento della loro dignità. I lavoratori sono qui per dire che non sono servi e che richiedono il rispetto delle regole, della salubrità e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Noi quindi oggi ci aspettiamo che l’azienda fissi con noi un incontro e che inizino a rispettare lavoratori e regolamenti.”

Fiom Cgil Padova - 30/04/2021

"L'Italia si cura con il Lavoro. Padova, 1° maggio sul Liston, davanti Palazzo Moroni, di Cgil Cisl e Uil

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Contrariamente a quanto precedentemente annunciato, l’appuntamento alle 10.00, di sabato 1° maggio in città con Cgil Cisl e Uil, non si svolgerà in Piazza dei Signori, bensì sul Liston davanti a Palazzo Moroni, sede del Comune di Padova.

Dichiarazione di Aldo Marturano, Cgil Padova, Samuel Scavazzin, Cisl Padova e Rovigo e Riccardo Dal Lago, Uil Veneto

“Quest’anno, come Confederazioni Provinciali di Cgil Cisl e Uil, desiderando realizzare un evento nella Piazza che storicamente ha sempre accolto l'appuntamento del 1° maggio, vale a dire Piazza dei Signori, avevamo fatto richiesta di poter svolgere in quel luogo la nostra iniziativa dedicata alla Festa del Lavoro e l’avevamo regolarmente ottenuta. Stamane, però, quando abbiamo appreso che a causa del nostro evento, non si sarebbe potuto svolgere il consueto mercato degli ambulanti che normalmente si svolge il sabato e considerato l’anno particolarmente difficile che hanno dovuto attraversare gli addetti del settore, di comune accordo con le autorità cittadine, abbiamo deciso di fare un passo indietro e rinunciare a Piazza dei Signori per “ripiegare” sul Liston, in via VIII febbraio, davanti a Palazzo Moroni, sede del Comune di Padova”.

“Restiamo convinti che il 1° maggio debba restare una Festa in cui vadano celebrati i lavoratori, ma non ci sfuggono i tempi eccezionali che stiamo vivendo. Il caso ha voluto che il momento della ripartenza delle attività commerciali cadesse in prossimità di questa data a noi molto cara e quindi in via del tutto eccezionale, volendo evitare scontri con altre categorie che avrebbero rischiato di danneggiare il significato stesso della Festa, abbiamo deciso di cambiare sede della nostra iniziativa. Crediamo sia importante, in questo momento storico, assumere atteggiamenti responsabili e di largo respiro che non mettano a rischio la coesione sociale. Come sempre abbiamo fatto nei momenti difficili della storia del nostro Paese”.

"Ma sia chiaro: confidando in tempi migliori, il prossimo anno torneremo a celebrare il 1° maggio in Piazza dei Signori, la piazza dei lavoratori!”

Nel corso della mattinata, a partire dalle ore 10.00, non necessariamente in quest'ordine, ci saranno i saluti del Sindaco di Padova, Sergio Giordani, del Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto, del Presidente della Provincia di Padova, Fabio Bui, della Direttrice Pastorale del Lavoro della Diocesi di Padova, Suor Francesca Fiorese e della Presidente del Consiglio degli Studenti di Unipd, Emma Ruzzon. Ci saranno le testimonianze dirette di lavoratrici e lavoratori che operano in diversi settori e interverranno i Segretari Generali di Cgil Padova, Cisl Padova e Rovigo e Uil Padova, nell’ordine Aldo Marturano, Samuel Scavazzin e Ricardo Dal Lago.

 

Zilmet: 8 ore di sciopero per protestare contro le continue prevaricazioni dell’azienda

Sono state stabilite per domani 30 aprile 2021 8 ore di sciopero con presidio a partire dalle 7.30 fino alle 12.30 davanti allo stabilimento di Via del Santo n° 242 a Limena.

La situazione in azienda è decisamente fuori controllo da oltre un anno e diverse situazioni rendono la vita lavorativa davvero difficile per i dipendenti della Zilmet.

Dall’inizio della pandemia l’azienda ha interrotto le relazioni sindacali e non rispetta gli accordi vigenti fra organizzazioni sindacali e Federmeccanica che regolamentano le agibilità sindacali tanto che l’azienda non consente neppure alle RSU di riunirsi all’interno degli stabilimenti, non concede gli spazi necessari per le Assemblee. Oltre a questo espone nelle bacheche e fa recapitare ai dipendenti comunicazioni unilaterali che vanno anche in netta contrapposizione con gli accordi sottoscritti e con il regolamento in atto, il tutto condito da toni minatori nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Anche per quanto riguarda la gestione del Covid e delle commissioni l’azienda ha lasciato molto a desiderare, non comunicando per quasi un anno i dati di contagio, arrivando addirittura ad avvertire, a riunione già iniziata, le RSU della Fiom a Limena dello svolgimento dell’incontro del comitato Covid, nonostante le richieste reiterate di aggiornamento sulla situazione generale dell’azienda in merito al numero di lavoratori in malattia o in quarantena a causa del Covid. Tuttora i lavoratori lamentano situazioni problematiche rispetto alla pulizia e all’igiene degli stabilimenti di Limena, oltre ad esserci una continua sottovalutazione della situazione pesante per quanto riguarda i carichi di lavoro, con numerosi lavoratori che hanno limitazioni fisiche che stanno anche determinando la definizione di malattie professionali riconosciute.

Nello stabilimento di via Colpi, inoltre, ci sono stati da parte del direttore dello stabilimento molti episodi di violenza verbale nei confronti di lavoratrici e lavoratori, insultati e ripresi, fino alle lacrime, con urla e accuse immotivate davanti ai colleghi e alle colleghe nello sbigottimento generale.

“Non è possibile accettare oltre questa situazione” dichiara Anna Zanoni della Fiom Cgil di Padova “I lavoratori chiedono e meritano rispetto da parte della ditta, non solo perché è il minimo che ci si aspetta in un rapporto corretto fra dipendenti e datori di lavoro, ma soprattutto perché i lavoratori, le RSU e noi della Fiom siamo sempre stati aperti e disponibili al dialogo e al confronto. Dialogo e confronto che l'azienda rifiuta fermamente e senza motivazioni plausibili nonostante l’impegno continuo di lavoratrici e lavoratori a venir incontro alle richieste di sacrificio espresse dall’azienda sia in passato che tuttora che in futuro. Ma a fronte di questa disponibilità non è più possibile accettare tale mancanza di rispetto della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici. Come Fiom chiediamo il rispetto degli accordi che abbiamo sottoscritto, che vengano ripristinati sia i diritti dei lavoratori che le basilari relazioni sindacali e che l’azienda la finisca di muoversi unilateralmente come se i lavoratori fossero solo pedine da muovere e usare a proprio piacimento.”

Fiom Cgil Padova

29/04/2021

Video virale arresto polizia locale in centro a Padova. La Cgil: rispettare sempre la dignità delle persone

Cgil di Padova: “Immagini che lasciano molto perplessi ma doverosa cautela nel giudicare l'episodio che andrà assolutamente chiarito. Resta invariato il principio per cui la dignità delle persone va sempre rispettata, a maggior ragione quando si porta una divisa”

Hanno destato sgomento e le più svariate reazioni le immagini concitate, diventate subito virali, del video di un arresto da parte della polizia locale di un cittadino, con ogni probabilità un migrante africano, avvenuto ieri in pieno centro a Padova, colpevole, sembrerebbe, di non essersi immediatamente fermato all'alt degli agenti e di girare senza mascherina. Il condizionale è d'obbligo perché la dinamica dei fatti è tutta da chiarire.

“Non è nostra intenzione – interviene Palma Sergio della Segreteria Confederale della Cgil di Padova – fare processi sommari sulla base di un video che gira nei social però non si può negare che quelle immagini ci hanno profondamente colpiti”.

“Sono immagini che fanno male – prosegue la sindacalista della Cgil padovana – che lasciano l’amaro in bocca e che non si dovrebbero mai vedere, indipendentemente dalla presunzione o meno di un reato, soprattutto quando viene meno la dignità dell'essere umano che, senza esclusioni, va sempre rispettata. Questo è un punto fermo dal quale non si può e non si deve prescindere, sempre e comunque”. “

“Saranno necessarie delle indagini – conclude Palma Sergio – per appurare che non ci siano stati dei comportamenti scorretti o degli abusi in quel che è avvenuto. In attesa del loro esito, resta fermo un principio a cui tutti, in particolare chi porta una divisa, deve sempre attenersi: rispettare la dignità delle persone e mai abusare del proprio potere. E questo deve valere sempre e per tutti”.

25 aprile: anche la Cgil di Padova in P.zza per ricordare i profughi prigionieri nella rotta balcanica

Cgil di Padova: "Anche noi in Piazza per non dimenticare il passato e per onorare le donne e gli uomini che hanno dato la loro vita per la nostra liberazione e democrazia, ma continuando ad avere lo sguardo ben fermo sulle ingiustizie attuali tra cui le migliaia di profughi prigionieri della rotta balcanica"

“Il 25 aprile, la Cgil di Padova, insieme alle altre associazioni con cui ha portato a Padova la staffetta del digiuno, parteciperà alle celebrazioni del 25 aprile per cogliere l'occasione di ricordare la tragedia dei profughi prigionieri della rotta balcanica. La Liberazione, il suo alto valore è  universale e permanente: valeva ieri e vale oggi”

 Anche la Cgil di Padova – insieme ad  Assopace, Donne in Nero, Beati i costruttori di Pace e altre associazioni e singoli cittadini che nei mesi scorsi hanno partecipato alla “staffetta del digiuno” per tenere viva l'attenzione sulla tragedia dei profughi prigionieri nella cosiddetta rotta balcanica – saranno in Piazza con l'ANPI (osservando tutte le disposizioni legate all'emergenza sanitaria), davanti a Palazzo Moroni, dalle 10.30 alle 11.30, nell'ambito delle celebrazioni che si terranno il 25 aprile in commemorazione del giorno della Liberazione dal Nazifascismo.

“Liberazione – dice Palma Sergio della Segreteria Confederale della Cgil di Padova – è un valore, un nobile valore. Una semplice parola ma di una complessità, purezza e profondità immani, per la quale sentiamo il dovere di batterci sempre e ovunque. Ecco perché, in questa giornata in cui onoriamo il sacrificio che tante donne e uomini fecero per liberare il nostro Paese dal giogo nazifascista, abbiamo condiviso fosse giusto   essere in Piazza per ricordare che ci sono ancora oggi, poco lontano da noi, migliaia di persone prigioniere di un sistema che nega loro la libertà di andare incontro ad una vita migliore, per sé e per i propri figli”.

“Non si può – prosegue e conclude Palma Sergio – girarsi dall'altra parte davanti alla sistematica violazione dei diritti umani di cui si sta macchiando l'Europa nei confronti di chi scappa da guerra e miseria, in barba a tutte le convenzioni internazionali in tema di rifugiati e accoglienza. Con la nostra presenza in Piazza, vogliamo essere come la goccia che batte inesorabile sulla roccia, scalfire pian piano quel muro di indifferenza e cinismo che avvolge il destino di migliaia di persone in fuga da bombe e miseria. E in ogni occasione lo ricorderemo, a maggior ragione in una giornata speciale come quella del 25 aprile che ha dato vita alla Costituzione più bella del mondo e che all'art. 10, comma 3, sancisce 'il diritto di asilo, secondo le condizioni stabilite dalla legge, allo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana’”.

In allegato il volantino dell'iniziativa

Marturano: “La crisi colpisce le donne, perché più precarie e maggiormente occupate nel commercio, il settore più in forte difficoltà”

Qualche giorno fa su il Mattino di Padova, sono usciti i dati sull’andamento della disoccupazione nella nostra provincia che evidenziano di come il settore più colpito dalla crisi sia stato quello del commercio (Il 96,2% di chi ha perso il posto di lavoro tra Padova e provincia nel 2020, anno di esplosione dell'emergenza Coronavirus, è formato da operatori alberghieri, ristoratori e dipendenti di pubblici esercizi) e che a pagarla maggiormente sono state le donne, nonostante il tasso di disoccupazione femminile scenda di 1,3% punti, un numero ingannevole perché non considera le "inattive", ossia le donne che un lavoro non lo cercano neanche più.

Dice Aldo Marturano, Segretario Generale della Cgil di Padova: “La crisi si è abbattuta soprattutto nell'ambito dei servizi e prevalentemente sulle donne, anche perché lavorano più degli uomini in questo settore. In più si tratta di personale precario e quindi già più esposto rispetto agli altri. Quindi il problema ancora una volta è la stabilizzazione”.

A Padova il tasso di disoccupazione femminile è sceso da 8,5% a 7,8%. Un numero solo apparentemente positivo, che viene calcolato in base al numero dei disoccupati rispetto alla popolazione, ma non tiene conto dei cosiddetti "inattivi" (vale a dire di chi non cerca più lavoro), falsificando quindi il dato. In città e provincia sono più di 125 mila le donne che hanno smesso di pensare ad una propria indipendenza, circa 11 mila in più rispetto al 2019 (più 10%). Esattamente il doppio rispetto agli uomini, per cui c'è un aumento del 5%, su numeri sempre preoccupanti ma molto inferiori (63 mila gli inattivi 2020). Laconico Aldo Marturano: “Le donne stanno rinunciando a lavorare”. E sul futuro che con la fine del blocco dei licenziamenti si paventa molto fosco conclude: “Bisogna immaginare politiche che evitino i licenziamenti anche dopo lo sblocco e favoriscano la rigenerazione e la formazione del personale che rimarrà senza lavoro, in modo da inserirle immediatamente nel mondo del lavoro. E d'altronde tutto questo fa parte dei progetti legati alle risorse che arriveranno dall'Europa. Non bisogna licenziare, ma tenere fermo il personale, formarlo per farlo acquisire nuove competenze sull'innovazione tecnologica e la sostenibilità ambientale».

Franco Longo una vita per i lavoratori e la democrazia

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Intervento di Eugenio (Ennio) Girardi al convegno tenutosi il 13 maggio 2011 alla sala della Gran Guardia di Padova, organizzato dal Centro Studi Ettore Luccini e dalla fondazione “Nuova Società”.

 

Ho conosciuto Franco Longo nel 1967 anche se, già da alcuni anni, leggevo le sue puntuali corrispondenze sulle pagine regionali de l'Unità.

Erano gli anni sessanta, di quella che fu chiamata la “generazione del Vietnam”. Anche a Padova c'erano nuovi fermenti, stavano crescendo le iniziative, il dibattito politico, c'erano i primi segni del 68 studentesco. Il 67 era stato l'anno del colpo di stato dei colonnelli fascisti in Grecia e molti studenti democratici greci diventarono improvvisamente dei rifugiati politici. Gli studenti comunisti iraniani, guidati dall'indimenticabile Feri , che anni dopo verrà incarcerato, torturato e ucciso dal regime komeinista, manifestavano allora contro il regime dello Scià. Ed era anche l'anno della “guerra dei sei giorni”, con la quale Israele si appropriò, a scapito del popolo palestinese, tutta la Palestina storica. Ma era anche l'anno, dopo un periodo di difficoltà e di stagnazione, di ripresa delle lotte operaie, delle prime vertenze sulle pensioni, sulla casa, sulle “gabbie salariali”. L'8 ottobre del 67 Ernesto Che Guevara veniva ucciso in Bolivia. Nella Bassa i braccianti lottavano ancora contro gli agrari e contro i crumiri guidati dal fascista Freda.  Su questi fatti ci furono, a Padova e nel Veneto, numerosissime manifestazioni.

Il corrispondente de l'Unità “Franco Longo”, che aveva sostituito il compagno Mario Passi, passato a scrivere sulle pagine nazionali, aveva dunque molto materiale a disposizione per le sue cronache quotidiane. In quel tempo scriveva più di un articolo al giorno e, dato che veniva pagato un tanto ad articolo pubblicato, riusciva a mettere insieme alla fine del mese l'appena sufficiente per vivere.

Poi venne il 68, l'anno del maggio studentesco, delle manifestazioni al grido di “Ho Ci Min”, della primavera di Praga guidata da Alexander Dubcek, quella del socialismo dal volto umano, che aveva suscitato in noi giovani comunisti italiani una grande speranza di rinascita democratica anche nei paesi dell'Est, speranza che pochi mesi dopo fu demolita dai carri armati sovietici. Il 17 ottobre del 68, alle olimpiadi di Città del Messico, dove pochi giorni prima l'esercito aveva sparato sui giovani che volevano libertà e democrazia, gli atleti neri americani Smith e Carlos, dal podio dove erano saliti vincitori a tempo di record mondiale, alzarono il braccio con il pugno chiuso in segno di protesta contro le norme razziste ancora vigenti negli USA.

E' in questo quadro politico, che suscitava in noi rabbia, speranze, ideali, voglia di fare qualcosa per cambiare in positivo il mondo, che mi sono trovato a frequentare con assiduità in quell'anno la Federazione, assieme a Franco e ad  Elio Armano, per dare un contributo alla causa della libertà e della democrazia.

Ma quello che mi porterà alla decisione di diventare di fatto un cosiddetto “funzionario del partito” sarà il lavoro di collaborazione che Franco, diventato allora responsabile della commissione fabbriche del PCI,  mi propose. Lavorai per anni al suo fianco, prima come costruttore del Partito nelle fabbriche con un contributo nazionale, poi dal 1970 a tutti gli effetti,quando fui assunto dal segretario della Federazione Antonio Papalia.

Siamo dunque nel '68: a quel tempo in molte fabbriche del padovano ancora non esisteva una  organizzazione sindacale. Punti di forza erano le Officine Mecaniche Stanga, la Galileo di Battaglia, la Breda e la Parpas di Cadoneghe, la Peraro, la Zerbetto, tutte fabbriche dove i lavoratori erano già rappresentati dalle commissioni interne.  

Franco, che non aveva ancora concluso la sua esperienza di giornalista, decise di impegnarsi a fondo per il rafforzamento della democrazia in fabbrica, per la costruzione del Partito e del sindacato dove non c'era o dove era ancora debole, come alla Saimp, all'Utita di Este, alla Zilmet e alla Sifra di Limena, e in altre aziende della ZIP, dove gli incontri con gli operai si svolgevano spesso al bar del self-service e dove ci venivano spesso a dare una mano i compagni delle Officine Stanga.

Per avere da un lato un rapporto ampio con tutti i lavoratori, ed anche con il movimento studentesco, decidemmo di dar vita, laddove ancora nulla esisteva se non la presenza di alcuni compagni che erano cresciuti politicamente nelle sezioni territoriali di appartenenza, ai comitati unitari di base e ai collettivi operai e studenti comunisti. Sorti dapprima in fabbriche come la  Precisa, la Rizzato e la Zedapa, dove da lungo tempo ristagnava od era assente la vita sindacale e politica, i comitati si sono via via estesi a varie altre fabbriche, assumendo caratteristiche diverse a seconda della storia e del tipo di classe operaia con cui si trovavano ad operare. L'idea dei comitati traeva spunto dalla spinta dal basso per nuove forme di democrazia che erano nate nelle grandi fabbriche di Torino e di Milano, dove però, in alcuni casi, avevano assunto un ruolo velleitario di contropotere e in una certa misura si mettevano in contrapposizione al ruolo del sindacato. Devo dire che, soprattutto per l'acuta intelligenza e lungimiranza di Franco Longo, supportata spesso dall'estrosa creatività di Elio Armano, noi del PCI di Padova non abbiamo fatto esperienze fotocopia: ci abbiamo messo molto, anzi moltissimo del nostro: nel modo di approcciarsi agli operai, nel modo di ascoltarli, di ragionare e discutere, nel modo di informare sui problemi, sulle carenze, sulle prevaricazioni e talvolta prepotenze di una parte del mondo padronale. Mai abbiamo pensato di contrapporci alle organizzazioni sindacali; la nostra fu un'esperienza di stimolo, qualche volta anche di critica, in special modo verso posizioni a volte estremiste e corporative della FIM, ma abbiamo sempre lavorato nella consapevolezza che tutto ciò serviva a dare più forza e capacità di rappresentanza al sindacato e alla spinta unitaria che veniva dal basso. Insomma, se ci fu un esito positivo delle lotte operaie di quel periodo, anche qui a Padova, fu anche per merito dell'iniziativa del PCI a guida Franco Longo.

In alcune fabbriche, come la Rizzato, la Zedapa, la Zerbetto e la Precisa, i vari comitati hanno teso sempre più a superare i limiti che in essi si riscontravano e, unificandosi, hanno creato il comitato unitario di zona della Stanga, la cui funzione è stata quella di ricercare continuamente, all'esterno della fabbrica, quelle alleanze senza le quali la classe operaia si sarebbe ben presto trovata isolata e forse sconfitta. Gruppi di operai delle varie fabbriche hanno in quel periodo distribuito, a più riprese, nello snodo stradale della Stanga, decine di migliaia di volantini nei quali si spiegava il perchè gli operai erano in lotta. Sono penetrati poi nei quartieri popolari, in Via Pescarotto, alla case minime, al quartiere Forcellini, al Portello. Hanno suonato i campanelli casa per casa, hanno consegnato il volantino, hanno spiegato alle casalinghe chi erano e che cosa volevano, sono stati accolti in molte famiglie e hanno fatto politica, hanno cioè discusso dei problemi che non erano solo degli operai, ma che erano comuni a tutti: l'adeguamento dei salari, i prezzi, gli affitti, la casa e il cattivo governo del Paese. Gli operai, nel comitato, fanno dunque politica, cercano e trovano una strategia delle alleanze, spostano la lotta dalla fabbrica alla società e investono anche le assemblee elettive, i consigli comunali e provinciali, dove chiedono solidarietà per le lotte e i sacrifici che stanno facendo. Ricordo in particolare quando una foltissima delegazione di operai rappresentanti di varie fabbriche andò a chiedere un sostegno concreto al Consiglio Comunale di Padova e al sindaco di allora Cesare Crescente: fu un incontro un po' turbolento, ma che ottenne un primo risultato, lo stanziamento di venti milioni per sostenere la difficile situazione di chi si trovava da mesi senza salario.

Per tutto questo il ruolo svolto dal PCI fu determinante e fu anche per questo che molti di quegli operai si iscrissero allora al Partito Comunista.

L'assidua presenza nostra in molte fabbriche, penso ad esempio alla Rizzato e all'Utita di Este, fu anche un grande deterrente contro la penetrazione dei gruppi più estremistici nelle fabbriche. Non è forse un caso se a Padova i gruppi di Potere Operaio, che erano fortissimi all'Università, nonostante molti tentativi (il compagno Santi della Rizzato in una sua memoria sulla storia di quell'azienda ne cita uno andato fallito), non sono mai riusciti ad avere proseliti nelle fabbriche padovane. Non è stato così in altre realtà, come ad esempio a Porto Marghera.

Qui a Padova infatti i comitati di base li avevano costruiti gli operai che avevano uno stretto collegamento con la Federazione del PCI e che alla Rizzato si chiamavano Carlo Checchini, Paolo Santi, Udino Garbinato, Gianpaolo Trovò, Franco Masilli. Alla Zedapa si chiamavano Rino Schiavon, Gianni Lion, Ivano Mozzato, Giorgio Benvegnù, Eligio Bergamin, Maffeo Businari.Alla Precisa Silvio Cecchinato, che ben presto diventerà ferroviere. Tutti compagni che costruirono le cellule del PCI all'interno della fabbrica e poi le prime forme di organizzazione unitaria del sindacato. Forse questo ha impedito che prima Potere Operaio e successivamente la ben più pericolosa dal punto di vista eversivo Autonomia Operaia, fosse solo nel nome, e non nei fatti, vicina al movimento dei lavoratori padovani. Insomma il PCI di Franco Longo costruì nelle fabbriche una prima barriera insormontabile che impedì all'estremismo violento, che ebbe anche qui a Padova, alcuni anni dopo, conseguenze drammatiche, di trovare una sponda alle loro azioni di supporto al terrorismo.

Le cellule del PCI di fabbrica, sull'onda del movimento che avrebbe poi portato al famoso autunno caldo del '69, crebbero di numero anche dove avevano già una forza consistente: alle Officine Meccaniche Stanga, dove il comunista Bepi Ferro era il nuovo indiscusso leader di quella grande  prestigiosa azienda produttrice di carrozze per le ferrovie e per le metropolitane. Alla Zerbetto, dove il padrone era stato un importante capo partigiano e dove ancora lavorava come operaio un altro protagonista della resistenza padovana, Aronne Molinari., lì la sezione del PCI era cresciuta con il contributo di compagni come Alberto Boscagli, Franco Simionato, Giano Pagnin, Lorenzo Maccarone, Parancola, Barchesi.. Alle Officine Galileo di Battaglia, altra prestigiosa fabbrica della nostra provincia ad altissima qualificazione professionale dove si facevano i grandi interruttori per l'alta tensione e dove c'erano Bruno Bertin, Borile, Brunazzo, Silvio Finesso, Edoardo Schiavo,.Duilio Martin detto il poeta e successivamente Aldo Donà detto Buba, Carla Finesso, Florindo Rocca e Sergio Grava: qui, alla fine degli anni 60 la Sezione del PCI di fabbrica contava sui 160 iscritti. Alla Peraro, dove c'era una cellula legata alla sezione Furio da Re e dove Armando Trentin era già un punto di riferimento importante per le lotte che la vi furono soprattutto sul problema della salute in fabbrica e dell'impatto inquinante sul quartiere. Lì gli operai trovarono degli alleati preziosi nei medici di medicina del lavoro, allora diretta da Edoardo Gaffuri. Ma voglio ricordare anche il compagno Silvano Orfano, che fu un leader della nuova Peraro For sorta a Rovigo. Ed infine la Saimp, la fabbrica di macchine utensili dove la cellula di fabbrica del PCI era costituita da operai e tecnici quali Luigi Loreggian, Adriano Apollinari, Adriano Bortolami, Luciano Gallinaro, Eros Rolle, Lorenzo Fusto, Zampieri. A proposito della Saimp e delle difficoltà che ha attraversato nonostante la elevata qualità della produzione, Franco diceva che occorreva battersi per un nuovo tipo di sviluppo fondato sull'industria pubblica che assicuri sviluppo all'industria qualificata. Non è stato ascoltato e le conseguenze si vedono: ora al suo posto sta nascendo un nuovo inutile ipermercato.  

Il 68 fu caratterizzato a Padova come a livello nazionale da un continuo estendersi delle lotte operaie. Il 69 iniziò con due successi: il superamento delle zone salariali e la nuova legge sulle pensioni. La primavera del 69 vide la conquista del diritto di assemblea in numerose fabbriche. Con la scadenza del rinnovo dei contratti si giunse all'autunno caldo, quando vengono poste alcune grandi questioni: l'aumento dei salari, la settimana di 40 ore, nuovi diritti nelle fabbriche, la riforma della casa e quella sanitaria, l'alleggerimento fiscale sulla busta paga. Temi che furono al centro dello sciopero generale del 19 novembre del 69. Abbiamo conosciuto allora il più grande movimento di scioperi della storia del nostro Paese. E a quell'appuntamento noi comunisti padovani , per merito di dirigenti come Franco Longo e dei nuovi leader operai, molti dei quali resteranno per decenni un punto di riferimento per il movimento sindacale e democratico, non ci siamo fatti trovare impreparati. Alla Rizzato vi furono otto mesi di sciopero, dei quali un mese ad oltranza dopo il licenziamento per rappresaglia di Franco Masilli, con un presidio operaio davanti ai cancelli che vide momenti di grande tensione ma anche di grande solidarietà. Il giornalista Longo scrive su l'Unità del 15 maggio 1970: “tutto l'impero delle biciclette è paralizzato dallo sciopero organizzato dal comitato unitario di base sindacale. La lotta per il premio di produzione, iniziata da più di tre mesi e inaspritasi dopo le feroci rappresaglie, si allarga in forme articolate a tutti i 1500 lavoratori di Via Venezia, Via Pellico e nelle carceri di Piazza Castello, dove lavorano i detenuti”. E il 24 maggio Longo descrive su l'Unità la visita che fece Enrico Berlinguer alla tenda presidio degli operai in lotta. Pochi giorni dopo quella visita, il primo giugno 1970, Rizzato cede, firma il contratto e si chiude positivamente una lotta che è stata emblematica per tutto il movimento operaio padovano. Alla Rizzato in quel periodo c'è una cellula di Partito che ha la consistenza di una sezione, con trenta iscritti.

L'impegno della commissione fabbriche del PCI verso la Rizzato fu davvero grande, ma eravamo in quel periodo impegnati su molti fronti: alla Viscosa dove lavorava la compagna Regina Archesso, alla Precisa della ZIP, e in due grandi fabbriche di abbigliamento del nord padovano: la Belvest di Piazzola (dove incontrammo Tersilla Zorzi e Renata Serafin, poi diventate attiviste e dirigenti del Partito) e la Hesco di Trebaseleghe, fabbriche dove centinaia di giovani operaie accoglievano i nostri volantini con sempre maggiore interesse, alla Zilmet di Limena, alla Olmar, all'Eurofur di Cervarese S.Croce, alle officine di Cittadella, e alla Carraro di Campodarsego, all'Anselmi di Camposampiero, alla Longato di Rubano, alla Vantini di Albignasego, nella quale  trovammo la preziosa collaborazione del  compagno Contiero.

Naturalmente non trascuravamo le Officine Stanga , dove almeno una volta alla settimana ci recavamo anche a diffondere l'Unità in mensa, e un giorno ci capitò di venderlo anche al proprietario Dino Marchiorello. E la Galileo, dove a volte chiamavamo per telefono Silvio Finesso, che aveva una grande capacità oratoria e molta determinazione e per questo lo portavamo a Padova per farlo intervenire nelle accese assemblee studentesche che si svolgevano nell'aula E dell'Università , dove si faceva ascoltare da tutti, e non era facile per uno del PCI.

Ma vi fu un'altra fabbrica che in quel periodo impegnò moltissimo Franco Longo, il sottoscritto ed Elio Armano, la Zedapa, nota ai padovani come la fabbrica “dei botoni”.  Lì, dice Maffeo Businari nella intervista fattagli al Luccini, “Longo e compagni hanno fatto un capolavoro perchè c'era tutto da costruire e tutto è stato costruito: il comitato di base, la cellula del partito, la nuova commissione interna, il nuovo contratto e poi, nel 1970, il Consiglio di fabbrica”. Il PCI, dice Maffeo, “in questo caso ha preceduto il sindacato”: Longo traduceva nei volantini e nei giornaletti il racconto di noi operai sulla realtà di fabbrica. Armano li arricchiva con le sue straordinarie vignette”.

E Rino Schiavon, che lavorava alla Zedapa fin dal 1960, ricorda che un giorno, nell'estate del 67, “Longo mi fece notare che la Zedapa era non solo una delle più grandi fabbriche della città, ma era anche l'unica in cui non esisteva nessuna presenza sindacale organizzata. Io, dice Rino, che ero già iscritto al PCI nella Sezione di Voltabarozzo, lo presi come un rimprovero: cominciammo così ad organizzarci... ricordo con quale pazienza e pacatezza Franco sapeva discutere anche con i lavoratori più impregnati di qualunquismo e di atteggiamenti antisindacali”.

La presenza nostra davanti alla fabbrica durò per mesi e mesi e spesso venivano a darci una mano nel volantinaggio anche alcuni studenti, ricordo per tutti Adolfo Omodeo, che frequentava la facoltà di psicologia. Con Franco, insieme a Rino Schiavon  e agli operai del comitato di base organizzammo alla fine dell'orario di lavoro, le assemblee di turno, nella sede dell'ANPI in Via Scrovegni, a pochi passi dalla Zedapa. La saletta dell'ANPI era sempre stracolma. Ricordo che Virginio Benetti, giustamente geloso ma forse un po' troppo della bella sede dei partigiani, controllava severamente che tutto rimanesse in ordine. Alle riunioni veniva costantemente invitato il compagno Dante Perin, che era allora il segretario della FIOM. La coscienza sindacale e politica dei lavoratori della Zedapa crebbe rapidamente. Rino e compagni presentarono ben presto le prime rivendicazioni salariali e normative, ma fu soprattutto l'esigenza di avere una commissione interna non più manovrata dal padrone a far scattare la molla della protesta e della lotta. Fu Franco a scrivere a caratteri cubitali sul vecchio muro della birreria di fronte: SCIOPERO! E tutti scioperarono.

Finalmente ce l'avevamo fatta. “Franco – ci dice oggi Rino Schiavon – ci fece poi comprendere che i lavoratori non potevano accontentarsi di essere solo sindacalizzati. Essi avrebbero potuto svolgere il loro compito storico di rinnovamento della società impegnandosi anche nella politica. Costituimmo così la Sezione del PCI che arrivò a una sessantina di iscritti”.

Con l'arrivo alla Zedapa di Maffeo Businari, nel 69, si intensificò ancor più l'attività del Partito dentro la fabbrica: Maffeo portava i nostri volantini, che prendevano di mira soprattutto un capo un po' psicopatico,  e anche decine di copie dell'Unità dentro la fabbrica. Furono organizzate gite al museo dei Cervi  e alla risiera di S.Sabba. Nel 77  Businari sarà chiamato a lavorare in Federazione del PCI dal segretario provinciale Franco Longo.

Ma voglio a questo punto, per finire, ricordare due tappe fondamentali del percorso politico che ha portato Franco Longo a trasformarsi da bravissimo giornalista a dirigente stimato e apprezzato da tutti non solo per le sue qualità politiche, ma anche e soprattutto per quelle umane. La conferenza operaia di Milano del 1 marzo 70 e quella successiva di Genova del febbraio 74. Sia la prima che la seconda furono conferenze entusiasmanti introdotte e concluse da due grandi dirigenti del PCI: Fernando Di Giulio ed Enrico Berlinguer. A Milano c'erano 6512 delegati, eletti dagli operai comunisti di 2127 fabbriche italiane. Un dibattito tra i protagonisti delle lotte dell'autunno operaio del 69 e non una discussione sugli operai. La conferenza si svolse  mentre il tentativo della DC di costituire un nuovo governo quadripartito stava fallendo. L'Unità così titolava: “gli operai comunisti elemento insostituibile delle lotte unitarie nelle fabbriche e nel Paese”. Con la delegazione padovana guidata da Longo c'era anche Lino Zancanaro, operaio della Lorenzin poi diventato un dirigente del PCI, il cui intervento è pubblicato insieme agli interventi dei leader operai delle più grandi fabbriche italiane, in un testo degli Editori Riuniti che Udino Garbinato conserva gelosamente.

Dice Di Giulio in apertura dei lavori:

“E' giunto il momento per la classe operaia di dar vita a un nuovo grande movimento per rinnovare l'organizzazione dello Stato, liquidando ogni forma di autoritarismo e applicando, fino in fondo, i principi della Costituzione. Occorre partire dalla Regione, per allargare il potere ai comuni a tutti i livelli ... E' necessario che tutta una parte dei quadri operai che sono maturati in queste lotte si rendano conto che è anche compito loro uscire dalla fabbrica ed assumere la tutela degli interessi dei lavoratori all'interno dei consigli comunali, provinciali e regionali”

Ed Enrico Berlinguer, nelle sue conclusioni, disse fra l'altro: “le lotte d'autunno hanno dato preziosi insegnamenti, ad esempio, sul nesso fra forme di democrazia diretta e di democrazia politica e rappresentativa... C'è chi parla, a sproposito, di una contrapposizione che si vorrebbe instaurare fra le assemblee di fabbrica,  le nuove forme di democrazia operaia, da un lato e le organizzazioni di classe e politiche e le istituzioni democratiche dall'altro lato. La petulanza di queste posizioni non riesce a nascondere un dato di fatto: che in ogni fabbrica, dove la partecipazione dei lavoratori è cresciuta e si è tradotta in nuove forme di democrazia, là è cresciuto il rapporto tra i lavoratori e l'organizzazione sindacale ed è cresciuta anche l'influenza dei comunisti, il prestigio dei nostri militanti, la forza organizzata del nostro partito”.

Franco longo fece tesoro di queste indicazioni e molti dei nuovi quadri operai padovani entrarono ben presto a far parte delle amministrazioni locali.

Non molto tempo dopo la Conferenza operaia di Milano fu approvato dal parlamento lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che è una tappa fondamentale nella storia della lotta per la democrazia italiana.

Alla Conferenza operaia di Genova di quattro anni più tardi, quando il tema era il rapporto fra fabbrica società e stato e lo slogan “i lavoratori alla direzione del Paese” andammo con nuovi compagni, fra i quali c'erano Tosca Cecchinato, Sergio Grava, Udino Garbinato, Luciano Gallo, Florindo Rocca e Luciano Gallinaro che nel 75, quando Longo divenne segretario provinciale, passò dalla direzione dell'FLM alla direzione della commissione fabbriche della Federazione.

Molto avrei ancora da dire sul contributo di Franco e di molti operai comunisti padovani alla crescita della democrazia, ho voluto questa sera limitarmi a parlare di quel periodo ormai antico, ma che non è affatto passato, perchè questo presente ci dice che tante di quelle cose che abbiamo conquistato allora con lotte e sacrifici, saranno preziose anche per le generazioni future, per questo bisogna  che tutti insieme, certo adattandole ad una realtà profondamente cambiata, le difendiamo con tutte le nostre forze.

 Eugenio Girardi