Anche alla Epta di Solesino in provincia di Padova, come alla Epta Costan di Limana in provincia di Belluno, l’azienda ha comunicato che non sarà rinnovato il rapporto con i lavoratori in somministrazione i cui contratti scadranno il 17 ed il 31 dicembre 2022.
Si parla di complessivamente di 33 lavoratrici e lavoratori che saranno lasciati a casa da parte di Epta, senza alcuna garanzia né possibili soluzioni da parte dell’azienda per provare a trovare un modo per proseguire di quei rapporti di lavoro.
Durante le assemblee che si sono svolte con RSU e dipendenti per discutere della situazione contingente è emerso un forte malumore da parte di tutti, lavoratori e lavoratrici, non solo da parte di chi vedrà terminare il proprio rapporto di lavoro a dicembre.
Per tutti questi motivi la RSU unitamente alla Fim e Fiom di Padova, chiedono all’Azienda di rivedere le proprie posizioni e di cercare delle alternative rispetto all’interruzione dei rapporti di lavoro a tempo determinato.
Fino ad allora è stato proclamato sia lo stato di agitazione con il blocco degli straordinari e delle flessibilità che 4 ore di sciopero che si terranno le prime 2 ore a fine turno lunedì 28 novembre 2022 e le ulteriori 2 ore a fine turno mercoledì 30 novembre 2022.
È una delle misure destinate a subire una vigorosa stretta nella prossima manovra del Governo Meloni ma da sempre, fin da quando nel marzo del 2019 venne istituito dall’allora Governo Conte 1, il Reddito di Cittadinanza è stato al centro di un autentico tiro al bersaglio, accusato di essere uno strumento a favore degli scansafatiche e di chi non vuole alzarsi dal divano e motivo per cui tanti, addirittura tantissimi giovani lo preferiscono alla fatica di un lavoro.
“Ebbene – dice Lisa Contegiacomo, Amministratrice Delegata del Caaf Cgil Padova – sarà anche una narrazione che funziona e che ha fatto breccia nell’opinione pubblica però cozza brutalmente con quanto dicono i dati in nostro possesso perché, innanzitutto stiamo parlando di numeri decisamente bassi, e poi perché addirittura nell’ultimo anno sono diminuiti. Infatti, al 31 ottobre 2022 nella nostra provincia abbiamo ricevuto 1446 richieste per il RdC. Alla stessa data dell’anno precedente erano state 1501, cioè nel 2022 ne abbiamo avute 55 in meno. Insomma, se consideriamo che il Caaf Cgil Padova, per tutte le tipologie di servizi che offre (Isee, 730, Assegno Unico ecc), copre una quota di mercato pari a circa il 20% del totale degli utenti, capiamo che non arriviamo neanche a 10 mila richieste in tutta la provincia. Insomma: si tratta di una platea assolutamente irrisoria e, francamente, non credo che colpendola si avranno grossi risparmi”.
“L’altro dato che balza agli occhi – prosegue Lisa Contegiacomo – riguarda le fasce di età in cui si dividono i 1446 percettori del RdC nella nostra Provincia. Come si può notare, contrariamente a quel che si racconta, i giovani che nel corso di quest’anno hanno fatto richiesta del RdC sono solo 5 con meno di 20 anni, 86 quelli che sono tra i 21 e i 30 anni, 170 coloro che hanno un’età tra i 31 e 40 anni. Al contrario, è a partire dai 40 anni che aumenta la richiesta del RdC: sono 299 tra i 41 e 50 anni e salgono a 482 tra coloro che hanno tra i 51 e 60 anni per poi, nelle fasce di età successive, tornare a calare”.
“Proprio questi ultimi dati – interviene Palma Sergio, Segretaria Confederale della Cgil di Padova – ci dicono intanto di quanto sia fuorviante il martellamento continuo sui giovani che non vogliono lavorare. Al contrario, qualsiasi statistica riguardante i flussi migratori, ci dice che pur di fare nella vita la professione per cui hanno studiato, sono disposti ad espatriare per andare in Paesi dove vengono valorizzati sia sotto il profilo salariale che nelle prospettive di carriera. Altro aspetto che emerge è che la fascia d’età dove sono maggiormente concentrate le richieste del RdC è quella tra i 51 e 60 anni e questo, vista l’intenzione del Governo Meloni di togliere l’assegno a chi è sotto ai 60 anni perché considerato in età lavorativa, non può che preoccuparci perché è vero che sotto a quell’età si può lavorare ma è anche vero che gli over 50 faticano molto a ricollocarsi nel mercato del lavoro, soprattutto se vengono abbandonati a loro stessi e non si sviluppano politiche per il loro reinserimento lavorativo. Ecco, togliere loro e alle loro famiglie, anche quest’ultima ancora di salvezza è una misura oltre che inutile, visti i numeri, anche profondamente sbagliata destinata ad incrementare povertà e disagio sociale. Altro che politiche di welfare!”.
“Sul RdC – continua la Segretaria Confederale della Cgil – ci sono almeno altre due riflessioni che si possono fare. La prima riguarda il numero dei suoi percettori, decisamente inferiore, se raffrontato a coloro che vivono in una situazione di povertà assoluta nel nostro Paese. Voglio ricordare l’ultima analisi Eurostat sui working poor svolta dal Ministero del Lavoro del Governo Draghi che dava il tasso di povertà in Italia all’11,8% e un precedente studio del Caaf della Cgil Padova che indicava al 15,9% la percentuale dei lavoratori dipendenti in condizione di povertà, stimati in circa 50 mila lavoratori in tutta la provincia, con redditi sotto agli 11.500 euro annui. Se davvero si vuole agire sulla povertà è con questi numeri che ci si deve confrontare, non su chi percepisce il RdC rendendolo addirittura più inaccessibile.
“La seconda considerazione – conclude Palma Sergio – è che il RdC è una misura per i cittadini italiani, sostanzialmente restrittiva per le persone straniere poiché per percepirlo è necessario averrisieduto in Italia per un periodo complessivo di almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in via continuativa. Quindi, checché la narrazione corrente ci dica che gli stranieri in Italia rubino risorse ai cittadini italiani, per quanto riguarda il RdC questo non è assolutamente vero. Al contrario, come hanno dimostrato i dati presentati alla Camera la scorsa settimana dalla Fondazione Moressa, gli stranieri in Italia producono una sempre più consistente fetta di PIL nazionale, arrivata ad un 9% sul totale, ossia 144 miliardi di Valore Aggiunto. Dati che migliorano se poi guardiamo il Veneto, dove il Pil prodotto dagli immigrati è all’ 11,7%. Ma a fronte di tutto ciò gli stranieri hanno anche un basso impatto sull’utilizzo dei servizi o di misure come il RdC generando, pertanto, un gettito positivo per le casse dello Stato. E questo nonostante i lavoratori migranti, proprio sotto il profilo occupazionale, siano stati quelli che per primi hanno pagato gli effetti della pandemia”.
Il Servizio di Telenordest sullo studio del Caaf Cgil Padova
Descrizione allegato: L'articolo de il Mattino con l'intervista ad Alessandro Chiavelli
Notevole spazio nella stampa locale sulla rivalutazione delle pensioni che avrà un impatto anche su 240.341 pensionati padovani. In generale, dal prossimo gennaio i sussidi avranno un rialzo, in media. di circa un centinaio di euro ciascuno. A beneficiarne, anche se meno di quanto servirebbe, saranno in particolare i circa 20mila che ricevono la minima. Accanto a questo, tra le misure varate dal Governo, emerge però che in base alla revisione del meccanismo di rivalutazione (non più basato su tre scaglioni ma su sei fasce) vengono però tagliati progressivamente gli adeguamenti per le pensioni che superano i 2.100 euro lordi. Un elemento che solleva critiche da parte del Sindacato pensionati italiani (Spi) Cgil provinciale, che torna anche a evidenziare la disparità previdenziale tra uomini e donne.
"Da gennaio – spiega Alessandro Chiavelli, Segretario Generale dello Spi Cgil Padova – le pensioni degli oltre 240mila pensionati padovani saranno più ricche. Grazie al meccanismo della rivalutazione porteranno a casa un centinaio di euro in più al mese, visto che l'indice di aumento degli assegni è stato fissato al 7,3% e la pensione media in provincia è di 1.573,80 euro lordi mensili. Peccato che per un quinto di loro (più di 50mila pensionati) la legge di bilancio riservi una beffa inattesa e sgradita. Succede infatti che per fare cassa il governo Meloni ha rivisto il sistema di indicizzazione, sgretolando il meccanismo firmato da Prodi nel 2000, poi reintrodotto da Draghi, che prevedeva una riduzione della percentuale di rivalutazione a seconda del reddito, ma molto più contenuta di quanto deciso adesso. Questo significa che i 50mila pensionati padovani che mensilmente percepiscono più di 2.100 euro lordi perderanno fra 30 e 200 euro di rivalutazione al mese, il che si traduce in un minore incasso che varia da 360 a 2.400 euro annui. I 20mila pensionati padovani con la minima (525 euro mensili) hanno invece un aumento maggiore rispetto agli altri (8,8% anziché 7,3%). Si tratta di 8 euro in più al mese rispetto a quanto avrebbero incassato con il sistema precedente. In pratica un'elemosina che non giustifica il taglio agli assegni più alti ”.
“Il ministro Giorgetti – prosegue il Segretario Generale dello Spi Cgil Padova – sembrava voler mantenere gli scaglioni previsti da Draghi, invece nell'attuale legge di bilancio gli scaglioni superiori di quattro volte il minimo sono stati notevolmente ridotti. In questo modo per aiutare alcuni fanno cassa sulle pensioni: hanno cancellato le cartelle esattoriali da mille euro e intendono ridurre quelle da 3 mila, in pratica chi paga multa e tasse fino all'ultimo centesimo, è vessato; mentre chi non paga, ovvero i "furbetti", si ritrova oggi premiato.
La manovra di bilancio alla Cgil non piace proprio: “È devastante - dice Alessandro Chiavelli – sul sistema di rivalutazione che avevamo riconquistato con il governo Draghi grazie alle nostre battaglie e alle nostre mobilitazioni. Di fatto il governo Meloni si finanzia in gran parte con il taglio della rivalutazione delle pensioni e con la tassazione degli extra-profitti, peraltro già prevista e solo in parte aumentata. I pensionati italiani vengono quindi trattati come un bancomat e alla stregua di aziende che fatturano miliardi di euro. Pensioni da 1.500-1.600 euro netti al mese, frutto di oltre 40 anni di lavoro e di contributi versati, vengono fatte passare per ricche. Con questi soldi fanno condoni, aumentano il tetto del contante, favoriscono i furbi e gli evasori”.
E poi c'è l'ingiustizia opzione donna: “Ci voleva una donna a capo del Governo – rincara la dose e conclude Chiavelli – per peggiorare la condizione delle donne. La Meloni aveva detto che l'opzione donna sarebbe rimasta ma poi ha cambiato le carte in tavola, penalizzando le stesse donne in base alla prole: una follia. E adesso sembra che si faccia retromarcia. Inoltre c'è la "Quota 103" , cioè 62 anni e 41 di contributi , che penalizza sempre le donne: la soglia della pensione è determinata a meno di 2 mila euro lordi, la quota eccedente non le verrà riconosciuta fino a 67 anni e non percepirà gli arretrati. In barba alla rivoluzione”. Alla fine, La categoria più penalizzata è quella dei pensionati sotto i mille euro lordi (se si eccettua il vantaggio irrisorio per chi ha il trattamento minimo). Hanno già dovuto affrontare con enormi sacrifici i rincari dell'energia e dell'inflazione. Per loro la rivalutazione porta in dote fino a 60 euro in più al mese, importo inadeguati per arginare il carovita. Stiamo parlando di 66.465 anziani, per il 71% donne”.
La campagna della CES (Confederazione dei Sindacati Europei) “End the Cost of Living Crisis: Increase Wages, Tax Profits!” sta andando avanti – ovunque in Europa – con grande impegno e determinazione.
La Confederazione europea chiede l’innalzamento dei salari e la tassazione dei profitti come riposta alla crisi dell’aumento generalizzato del costo della vita. Ed ha acquisito, fin da subito, uno dei punti sui quali la nostra organizzazione si batte già da tempo: la tassazione degli extra-profitti di alcuni settori privati generati proprio dalle crisi legate alla pandemia prima e ora alla guerra in Ucraina.
Aumento dei salari, dunque, per far fronte all'impennata dei prezzi e garantire che alle lavoratrici e ai lavoratori giunga una giusta quota dei guadagni effettuati dalle aziende; promozione della contrattazione collettiva come modo migliore per ottenere una retribuzione equa; tassazione degli extra-profitti; nessun ritorno alle disastrose politiche di austerità.
Per questo la CES ha proposto un “Piano in Sei Punti”:
1) Aumenti salariali per far fronte all'aumento del costo della vita, nonché misure per promuovere la contrattazione collettiva per ottenere una retribuzione equa e un'economia sostenibile;
2) Aiuti mirati alle persone in difficoltà con le bollette energetiche, il cibo e l'affitto; il diritto al cibo e a una casa calda sono infatti diritti umani da tutelare: va introdotto il divieto alla “disconnessione” dalla rete per chi non può permettersi di pagare le bollette energetiche;
3) Introdurre un “tetto ai prezzi”, soprattutto sul costo delle bollette energetiche sul costo dei generi alimentari, e introdurre una tassa sugli extra-profitti -affinché nessuno speculi su questa crisi – insieme ad altre misure quali, ad esempio, la riduzione dei dividendi.
4) Misure nazionali ed europee di sostegno anti-crisi a tutela dei redditi e dei posti di lavoro in industria, servizi e settore pubblico, comprese le misure tipo SURE per proteggere i posti di lavoro, i redditi e per finanziare misure sociali per far fronte sia a questa crisi, che ai processi di giusta transizione ecologica e digitale;
5) Riformare il funzionamento del mercato energetico dell'UE. Riconoscere che l'energia è un bene pubblico e investire per affrontare le cause profonde della crisi, come lo scarso investimento nell’energia verde o gli effetti delle privatizzazioni nel settore energetico;
6) Garantire un ruolo formale e sostanziale ai sindacati nei tavoli atti a progettare e attuare le misure anti-crisi, rafforzando gli strumenti del dialogo sociale.
Come vedete, in questi sei punti c’è davvero molto delle nostre idee, dell’impegno della CGIL. Sono ripresi di fatto tutti i nostri “cinque” pilastri di azione stabiliti nel Direttivo di luglio, c’è parte di ciò che abbiamo promosso nel “decalogo della CGIL” lanciato a tutte le forze politiche in vista delle elezioni prima e del nuovo governo oggi, trovano pieno spazio alcune nostre rivendicazioni storiche e anche quelle più legate alla fase contingente. C’è, in questi sei punti, tutto ciò che abbiamo chiesto in Piazza del Popolo l’8 ottobre negli interventi di Esther Lynch, degli altri nostri ospiti internazionali e nelle conclusioni del Segretario Generale Maurizio Landini.
La strada è ancora lunga, è chiaro, e probabilmente siamo solo all’inizio di una lunga battaglia: ma con l’impegno di tutte e tutti la CGIL sta cercando di mettere sulla giusta strada l’azione sindacale europea rispetto alla crisi che stiamo vivendo. E ciò non è solo motivo di soddisfazione, ma è proprio fondamentale per avere più forza che le nostre rivendicazioni siano oggi quelle di tutto il sindacato europeo: aumentare strutturalmente i salari, tassare gli extra-profitti, rafforzare gli investimenti pubblici e affermare il ruolo determinante del “pubblico” rispetto all’interesse e alle speculazioni del “privato”.
Per questo ora è importante fare la nostra parte fino in fondo nelle iniziative della CES. Sottoscrivendo e diffondendo la petizione della CES andando al link https://action-europe.org/it/porre-fine-alla-crisi-del-carovita-aumentare-i-salari-tassare-i-profitti-0
La partecipazione attiva di tutta la CGIL a questa campagna, oltre ad essere una doverosa azione di militanza, ci darà maggiore slancio e ancora più forza politica per portare avanti le nostre proposte nel contesto del sindacato europeo.
“Ricordare e Reagire”: venerdì 25 novembre, il Flash Mob davanti a Palazzo Moroni della Cgil di Padova per dire “Basta!” alla violenza contro le donne e per lanciare la petizione a sostegno del Reddito di Libertà per le donne vittima di violenza
Venerdì 25 novembre, alle 16.30 (e non alle 17.00 come precedentemente comunicato), in occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Cgil di Padova, insieme al proprio Coordinamento Donne e al Coordinamento Donne dello Spi Cgil Padova, con UDU, Rete degli Studenti Medi, Se Non Ora Quando, l’Anpi e il Centro Veneto Progetto Donna, tornerà in Piazza, sul Liston davanti a Palazzo Moroni, sede del Comune di Padova, con un Flash Mob dal titolo “Ricordare e Reagire”.
“I femminicidi nel nostro Paese – ricorda Marianna Cestaro, Segretaria Confederale della Cgil di Padova con la delega alle Politiche di Genere e alle Pari Opportunità – sono ogni anno un dato costante, segno che le politiche attivate sin qui non sono efficaci per combattere questa violenza. Anche nella nostra Regione, nell’ultima settimana, le notizie di cronaca sono impietose. Ma il femminicidio è solo l’ultimo atto, il più terribile, della violenza degli uomini contro le donne. Come ci rivelano i dati forniti dai Centri Antiviolenza, prima vengono i maltrattamenti fisici e psicologici, la violenza a cui assistono figlie e figli e anche la violenza economica”.
“Ed è proprio per reagire ad ogni forma di violenza maschile – prosegue Marianna Cestaro – oltre che a portare il nostro ricordo di tutte le vittime, che venerdì sera saremo in Piazza e lanceremo una petizione a sostegno del Reddito di Libertà, uno strumento poco conosciuto, e ancor meno finanziato, che crediamo vada strutturato adeguatamente per dare risposta a ogni donna che ne abbia bisogno. Oggi, il reddito di libertà per le donne vittime di violenza seguite dai centri antiviolenza è un contributo economico, che può arrivare a 400 € mensili, concesso per massimo 12 mesi, erogato a sostegno delle spese per assicurare l’autonomia abitativa e la riacquisizione di quella personale, nonché il percorso scolastico e formativo dei figli minorenni delle vittime”.
“Ma la verità – attacca la Segretaria Confederale della Cgil di Padova – è che è una scatola vuota, senza risorse economiche e oggi sono tante le donne che ne fanno richiesta a sentirsi rispondere che sono finiti i fondi e quindi devono arrangiarsi. Questo non è accettabile! È chiaro che le donne prive dell’autonomia economica restano prigioniere dentro un vortice di violenze e soprusi il cui epilogo, purtroppo, ancora troppo spesso è il femminicidio”.
“Con questa petizione – conclude Marianna Cestaro – che provvederemo a diffondere attraverso il nostro sito e i nostri social e a cui chiunque può aderire e contribuire a sua volta a diffondere, chiediamo al Governo di rendere strutturale il Reddito di Libertà e di garantire le risorse necessarie affinché nessuna domanda venga respinta. Abbiamo sempre fatto troppo poco in questo Paese per proteggere le donne dalla violenza maschile. È giunta l’ora di cambiare e garantire a chi è prigioniera di un rapporto malato e pericoloso, un reale ed adeguato percorso di libertà. Sarebbe veramente il segno di un vero cambiamento di marcia nella lotta alla violenza contro le donne”.
Il Servizio di Telenordest sul Flash Mob "Ricordare e Reagire" del 25 novembre 2022
Descrizione allegato: Il volantino con la piattaforma della mobilitazione di Cgil Cisl e Uil del Veneto
Martedì 29 novembre, in campo San Geremia a Venezia, si terrà la manifestazione unitaria "Salviamo il Sociale", per chiedere provvedimenti urgenti alla Regione del Veneto per affrontare l'emergenza in corso
Il concentramento è previsto alle 9.30, nel piazzale della stazione Santa Lucia. Poi il corteo si sposterà verso campo San Geremia, dove interverranno i delegati e i segretari generali di Cgil Cisl e Uil Veneto.
"Dopo lo shock della pandemia, nella turbolenza internazionale scatenata dall'invasione russa dell'Ucraina - premettono Tiziana Basso, Gianfranco Refosco e Roberto Toigo (segretari generali di Cgil, Cisl e Uil del Veneto) -, l'instabilità economica e la repentina crescita dell'inflazione condannano sempre più persone alla povertà anche nella nostra regione e il sistema di welfare territoriale (pubblico e privato) viene messo fortemente alla prova".
A comporre il welfare territoriale sono le Case di riposo, gli Asili nido, le Scuole materne, le Scuole di formazione professionale, i Centri residenziali e diurni, l'Edilizia residenziale pubblica.
"Tutte queste strutture - proseguono i tre segretari - sono sotto pressione per lo stratosferico aumento dei costi dell'energia e di altre spese fisse, problemi a cui si aggiungono quelli della carenza di personale e dell’esiguità delle risorse che non consente di valorizzare i lavoratori e le lavoratrici in maniera dignitosa. Senza sostegni adeguati, rischiano di non reggere o di dover scegliere tra l'aumento delle rette, peggiorando ulteriormente i bilanci delle famiglie, e la riduzione dei servizi e della qualità delle prestazioni".
Le proposte alla base della mobilitazione dei sindacati sono dunque: risorse aggiuntive per coprire e neutralizzare l'aumento delle rette pagate per questo genere di servizi sociali e sociosanitari; incentivi all'assunzione, alla stabilizzazione e alla valorizzazione del personale (in particolare infermieri e operatori sociosanitari); sostegno alle famiglie che si fanno carico della cura dei familiari disabili e/o non autosufficienti; infine aiuti straordinari per le famiglie in difficoltà, incrementando il fondo per gli affitti e sostenendo le spese di riscaldamento ed elettricità.
“Alla Regione del Veneto - concludono Basso, Refosco e Toigo - chiediamo pertanto di mettere in campo, già con la Legge di Bilancio 2023 attualmente in discussione, un intervento urgente a salvaguardia della tenuta del sistema sociale. Serve poi un impegno certo per la riforma delle Ipab, che vogliamo pubbliche e integrate nei sistemi sociosanitari territoriali. Ormai il Veneto è l'unica Regione in Italia a non averla approvata. Con questa piattaforma le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati saranno in piazza, per ricordare alle Istituzioni la drammaticità della fase che stiamo attraversando e la necessità di affrontarla con scelte politiche non più rinviabili".
Anche lo stabilimento di Legnaro e i suoi dipendenti parteciperanno allo sciopero di 4 ore indetto da Fiom, Fim e Uilm nazionali per lunedì dopo l’infruttuoso confronto con il governo della scorsa settimana ed esteso a tutti i siti del gruppo. I lavoratori di Legnaro si ritroveranno domani, lunedì 21 novembre 2022, per un’ora di assemblea dalle 11,30 alle 12,30 e sciopereranno per 4 ore durante il pomeriggio.
Per la sede di Legnaro si parla di 25/26 lavoratori che ruotano in cassa integrazione dal 2021 tra CIGO e CIGS.
I lavori di ristrutturazione, da tempo promessi, non sono mai partiti e per mantenere operativi gli impianti presenti sono necessari solleciti e segnalazioni.
I lavoratori di Legnaro hanno visto tutte le varie fasi dell’estenuante vertenza Ilva prima, Arcelor Mittal poi, e Acciaierie D’Italia ora, e, seppur provati, continueranno a sostenere la vertenza dell’intero gruppo Acciaierie D’Italia, oltre a quella per il loro del sito di Legnaro.
L'incontro al Ministero per le imprese e il Made in Italy, se ha consentito di verificare rinnovata una disponibilità del governo a considerare la vertenza di Acciaierie D'Italia centrale e strategica per l'insieme dell'industria manifatturiera in Italia, non ha però consentito di fare concreti passi avanti per quanto riguarda il merito delle questioni aperte, non fosse altro per l'assenza dell'azienda al tavolo.
Per queste ragioni le segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm hanno deciso di proclamare per lunedì 21 novembre uno sciopero generale in tutti gli stabilimenti del gruppo di 4 ore a sostegno delle seguenti proposte e rivendicazioni:
- lo Stato acquisisca il controllo e la gestione degli impianti nazionalizzando o diventando socio di maggioranza, rinegoziando l'accordo che prevede la transizione dei nuovi assetti societari al 2024, stabilendo e vincolando l’utilizzo dei fondi e la loro destinazione;
- Acciaierie D'Italia ritiri il provvedimento di taglio degli ordini e delle commesse delle imprese dell'indotto;
- il governo sia garante di un riequilibrio delle relazioni sindacali all’interno del Gruppo ADI oggi assenti;
- il governo costituisca un tavolo permanente con tutti i soggetti interessati per garantire la risalita produttiva e la rinegoziazione del mancato accordo sulla cassa integrazione straordinaria;
- sia confermata da parte del Ministero del Lavoro, l’integrazione al reddito per i lavoratori Ilva in A.S;
- siano garantire le condizioni di salute e sicurezza in tutti gli stabilimenti.
Filcams Cgil Veneto: “Le guardie giurate si sentono abbandonate e lanciano l’ SOS: nel settore del trasporto valori sono troppe le situazioni lavorative in cui si oltrepassa i più normali limiti di sicurezza”
Non si è fatta attendere la reazione dei lavoratori del settore Vigilanza e Servizi Fiduciari dopo l’ultima rapina al mezzo di un Portavalori, rapinato mentre sostava davanti alla filiale della Cassa di Risparmio di via Armistizio a Padova. A cogliere il clima di esasperazione e sfiducia che regna tra i lavoratori del settore è la Filcams Cgil di Padova, destinataria di numerosi messaggi.
“In particolare – dice Cristian Vicoletti, funzionario della Filcams Cgil Padova – ci ha molto colpito la mail ricevuto oggi, di un dipendente della Vigilanza Privata, che raccoglie le istanze di tanti suoi colleghi per chiedere, testuali parole, ‘maggiore pressione nei riguardi degli Istituti di Vigilanza’. Il motivo? Perché, come spiega il mittente della mail che non riveliamo al fine di evitargli maggiori guai nell’ambiente di lavoro, ‘nel settore del trasporto valori, sono troppe le situazioni lavorative in cui ogni giorno si vengono a trovare molte Gpg (acronimo di Guardia Particolare Giurata), ad oltrepassare i normali limiti di sicurezza’. E noi del sindacato che seguiamo questi lavoratori, purtroppo lo sappiamo molto bene”.
“Mi riferisco – prosegue il sindacalista della Filcams Cgil Padova – all’esorbitante numero di ore di straordinario cui sono costretti questi lavoratori al fine di sopperire alla mancanza di personale. Questo comporta dei pesantissimi carichi di lavoro che impediscono il rispetto delle procedure di sicurezza e li espone a rischi sempre più frequenti, con inevitabili conseguenze sulla loro sicurezza psico-fisica. Una situazione che si protrae da tempo immemorabile, basti solo pensare che il CCNL che regola il settore è scaduto da quasi 7 anni e la trattativa per rinnovarlo si sta rivelando irta di ostacoli e rinvii”.
“Tutto ciò – conclude il sindacalista – non sta che aumentando il senso di sfiducia e abbandono da parte delle Istituzioni che vivono i lavoratori del settore vigilanza dove, non a caso, sono tanti coloro che lasciano per andare in altri ambiti lavorativi dove si rischia decisamente di meno e si guadagna di più. Ecco perché la loro prima richiesta è quella di venire ascoltati, da chi ha responsabilità politiche e istituzionali, al fine di raccontare quel che stanno passando. A questo proposito, con il Prefetto di Padova è già avvenuto un primo incontro preliminare, dove si è discusso di tematiche di sicurezza lavorativa, con l’impegno di ritrovarci successivamente. Dopo quest’ultimo episodio, ci auguriamo che il tavolo prefettizio aperto porti un avanzamento della discussione e condizioni di maggiore sicurezza per i lavoratori del settore”.
Il servizio di Telenordest sul furto di Via Armistizio